Storie e Racconti

Lasciamo che siano le immagini a parlare

Lasciamo che siano le immagini a parlare · 1/4

Ti sei mai calato nella scena di un film? Non sono un regista, però la narrazione contenuta nel video 2 mi ha tenuto occupato a lungo. La scorsa domenica sera mi ci sono finalmente ritrovato dentro, in trappola tra la malinconia e le lacrime di gioia. Poi sono sceso in città, ho rivisto persone di tanti capitoli anche precedenti e allenato aspetti del mio essere atleta come per mesi e anni avevo fatto e cioè dando tutto. Ma forse l’esperienza più bella di questi due giorni in gita è contenuta nell’immagine 4, ovvero nel leggere ciò che scrive Maja Elisabeth Wulff: “[…] Lacrime mi colano dagli occhi, che tanto sono spalancati e troppo spesso a osservare il sole, come la pioggia, li ho impiegati […].” Sentire queste parole sul prato di fianco al Gramarthof di Innsbruck mi ha dato una gran forza, ma insomma: questa volta lascio che siano le immagini a parlare.

#Alps #Stadt #Tyrol #Blog

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Riflessione del giorno💭

Riflessione del giorno💭 · 1/4

~ Sono un arrampicatore sportivo da sempre, in anni di esperienza ho affrontato molte situazioni diverse. L’altro giorno, aiutato da un mio buon amico, mi sono calato dall’alto per creare una nuova via su cui arrampicare. Nella foto sorrido, in realtà era una situazione del tutto nuova e stare appeso a una sola corda e sospeso nel vuoto a cinquanta metri dal suolo mi aveva sul momento fatto riflettere. Appeso a un filo, trovavo piuttosto intrigante questa situazione di contemporanea impotenza ed estrema fiducia in una sola corda. L’arrampicata insegna a coltivare appunto la facoltà dell’avere fiducia nell’ambiente attorno a te e verso le tue stesse capacità. Oggi mi piace pensare di importare un po’ di questa mia ottica da sport estremo nella vita di tutti i giorni.

#sportclimbing #rockclimbing #climbinglife #outdoorclimbing #abseiling

Riflessione del giorno💭 · 2/4
Riflessione del giorno💭 · 3/4Riflessione del giorno💭 · 4/4

Tramonti che rimangono impressi

#Dolomites #Poems #Alps #Klettern

Tramonti che rimangono impressi · 1/5

Coni di ombra

Fette di sole

Tasselli di roccia

~

Oggi sono grato di poter ancora salire più in alto di qualsiasi tempesta🌪️

Tramonti che rimangono impressi · 2/5Tramonti che rimangono impressi · 3/5Tramonti che rimangono impressi · 4/5Tramonti che rimangono impressi · 5/5

Finalmente si arrampica come voglio👁️

Finalmente si arrampica come voglio👁️ · 1/5

Un grande balzo per Matteo, un piccolo passo per l’umanità🤾🏻‍♂️

Come alcuni sapranno, all’inizio di quest’anno sono atterrato sul cemento della stazione centrale di Innsbruck mentre rientravo dal lavoro in bici. Per fortuna non è successo in quel frangente niente di realmente grave; tuttavia, negli istanti in cui cercavo di tenere la situazione sotto controllo, ho stressato l’articolazione della mano destra contro il manubrio per poi cadere al suolo con entrambe le mani avanti. Il risultato di questa performance coreografica è stato non poter più arcuare le liste, il tutto due settimane prima di partire per la Spagna e cioè per un viaggio al quale pensavo da mesi. Da un lato quindi ciò significava – perché ovviamente ci ho provato – non riuscire a dare dei tentativi seri al mio progetto a Perles; dall’altro, per uno che arrampica da quando ha 5 anni e che non aveva mai avuto un singolo infortunio serio, non potere fisicamente più arrampicare come ha sempre potuto e voluto fare.

Ho interpretato questo stop improvviso come altre volte avevo fatto in momenti di stress o, ad esempio, quando una mattina d’estate del 2025 il mio gomito era gonfio come una palla da tennis, dunque diversificato il mio modo di essere atleta.

Mi era già capitato di correre più di venti chilometri partendo dalla mia casetta di Innsbruck, ritrovarmi davanti all’immagine di Hermann Buhl a Hungerburg durante una nevicata e scendere camminando nel magico silenzio degli abeti, dei faggi e dei pochi larici sopra l’Alpenzoo perché le gambe non reggevano più.

Mi divertiva molto in realtà esprimere la mia energia in modi nuovi. Vedi ad esempio il 19 giugno scorso quando sono partito dai giardini dell’Hofgarten, con una massima giornaliera sui 30 gradi, a 574 metri sul livello del mare e poche ore dopo salutavo la fauna locale e riempivo pagine di diari – a 2559 metri di quota sulla cima della Vordere Brandjochspitze.

Comunque, il mio grande balzo è stato salire Wrangler ieri, nella falesia di Capanna Bill. E non è un fatto di difficoltà – salivo l’8b e l’8b+ a tredici anni d’età nel 2012 – si tratta bensì di riuscire finalmente ad arrampicare, con la testa libera dai pensieri e la consapevolezza che pianificare allenamenti anche forse troppo intensi per il mio stato di forma sta funzionando.

Mentre rientravo dalla falesia, riflettevo su alcune parole che ho scritto di recente ad un’amica: il cielo porta più lontano di qualsiasi sentiero di montagna.

E, credetemi, ieri sera non avevo mai visto un cielo così blu.

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L’IA: intelligenze aliene e limiti

L’IA: intelligenze aliene e limiti · 1/3

Ascoltavo un discorso di Paolo Bonolis per TED e organizzato da LUISS. È un intervento dell’11 giugno 2015 che Bonolis apre raccontando di un libro scritto da Fredric Brown e intitolato “Answer”, nel quale si racconta di scienziati che volevano rispondere alla domanda “Dio esiste?” e affidavano quella domanda a un computer sempre più grande, sempre più potente, sempre più super. Finché di tecnici ancora vivi per costruire il computer più potente della storia non ne rimase nessuno e finalmente giunse, in un silenzio stellare, l’agognata risposta:

“Dio esiste? Adesso sì.”

L’intervento prosegue con il tema della conoscenza indotta, non dedotta e della insostenibile velocità a cui ci fanno correre i computer. Finisce con una citazione di Guy Debord: “L’uomo assomiglia ai suoi tempi più di quanto assomigli a suo padre”.

È proprio quest’ultimo argomento a farmi riflettere su come il progresso tecnico ci stia ora proiettando in un qualcosa che non siamo in grado ancora di descrivere. Forse non sapremo mai veramente definire quello che succede né formulare parole in grado di riflettere quello che ci circonda.

Non ho scritto “intelligenza aliena” a caso nel titolo… Leggevo infatti una frase di qualcuno su X dove si affermava appunto questo concetto.

Di recente OpenAI, l’IA per l’uomo comune (for the people) che si quota in borsa (occhiolino!), scriveva sempre sulla stessa interfaccia grafica di essere riuscita a risolvere un problema matematico finora irrisolto. Tutto bello.

Sottoporrò questo mio testo, che andrò a scrivere anche in inglese e tedesco, alla macchina e al suo occhio attento. Sarò consapevole di dialogare con uno strumento potentissimo a cui farò eseguire il comando di leggere quanto ho scritto e dirmi se mi è scappato qualcosa. Mi aiuterà a capire in che modo strutturare, in questo caso, le mie traduzioni – anche per il futuro. Vedrò inoltre un sottile telo nero posarsi su questi caratteri quasi a volerne attenuare l’effetto, per esempio ricordandomi del mio stile ridondante secondo cui scrivo. Alla fine, la macchina farà quello che fanno le macchine e riporterà quanto ho detto ai parametri standard. Ci proverà, almeno, e nel farlo inghiottirà quanto esprimo per riempirne le sue memorie.

Quindi sì, l’uomo assomiglia ai suoi tempi più di quanto assomigli a suo padre e, in un tempo in cui da questo capitalismo marcio quasi simili a piante nascono doni come l’accesso all’informazione in pochi istanti, la domanda delle domande non è chiedersi che ne sarà di noi e seguire la corrente; non è girare video sul nuovo feudalesimo della “bolla tech”; non è nemmeno affidarsi allo Stato con pretese e redditi universali.

La domanda delle domande è: “Come indirizziamo davvero tutto ciò che siamo riusciti a costruire per una società che può fare affidamento su sé stessa?” Ma soprattutto: “Quali parole scegliamo per proseguire in modo concreto e sostenibile?”

Perché, con una Intelligenza Artificiale Generale che è in arrivo e si basa su modelli linguistici di grandi dimensioni, finiranno le parole nuove che i grassi signori feudali possono riferirle.

Scrive Markus Gabriel: “Ciò che è progresso visto da una prospettiva può essere regresso visto da un’altra”. Limitarci nell’utilizzo di questa tecnologia, evitando la perfezione e supportando noi stessi nell’ambito delle sfide del nostro tempo, è un buon modo di “riavviare il sistema”.

Sempre con la consapevolezza che quello che scrivo io, tu, loro e ogni essere umano è un respiro nuovo e unico. Perché, nel testo a cui sto lavorando, “Rückenwind” verrebbe tradotto automaticamente come “vento a favore”. Però io, nella mia individuale esperienza umana, ho in mente un altro termine che non dico, né a te né al modello LLM di turno.

Dovrete aspettare e, nel frattempo, riflettere sulle parole di Han Kang, tradotte così da Milena Zemira Ciccimarra:

«Quanto è difficile per noi restare umani, qualunque cosa accada? Nella notte più buia il linguaggio ci chiede di cosa siamo fatti, insiste sulla necessità di immaginare i tanti punti di vista delle persone e degli esseri viventi che abitano questo pianeta; il linguaggio ci collega gli uni agli altri. La letteratura, che si fonda sul linguaggio, possiede inevitabilmente una sorta di calore corporeo. E, altrettanto inevitabilmente, leggere e scrivere letteratura vuol dire opporsi ad ogni atto che distrugga la vita.»

L’IA: intelligenze aliene e limiti · 2/3L’IA: intelligenze aliene e limiti · 3/3

Che cosa cantano i ladini d’Ampezzo?

Dalla cima della Tofana di Rozes si riconosce molto bene il campanile, la cui costruzione fu avviata da Silvestro Franceschi con la fondamentale collaborazione dell’architetto viennese Hermann Bergmann e conclusa nel 1858 con roccia dolomitica, prelevata un po’ più in là, appena sotto il monte Faloria.

Bene si vede anche Corso Italia e questo mi riporta allo scorso 30 agosto e alla giornata che, tradizionalmente, chiude in bellezza la settimana della Fešta de ra Bandes.

Ripenso quindi all’ultima marcia delle 19:30, la quale portava bella musica ovunque e metteva a posto le vetrine, disponendole alla loro funzione primaria ovvero riflettere ciò che passa loro davanti.

Mi sono specchiato in questa immagine comune e mi sono chiesto:

Che cosa cantano i ladini d’Ampezzo?

Sicuramente cantiamo “Anpezo el nosc paes”, però ci sono anche altre cose di cui cantiamo, che raccontiamo e suoniamo.

Io, per esempio, intendo scrivere del pluralismo che permea ogni aspetto del quotidiano ampezzano, di una comunità riunita sotto un nome, un cognome e un soprannome:

Cortina d’Ampezzo – Anpezo.

Voglio inoltre scrivere di questa vera comunità montana che vuole stare unita come i popoli delle alpi tutti, quindi di una comunanza consapevole di come il rumore bianco di sottofondo mai possa coprire certe note musicali.

Non saprei dire cosa cantino e canteranno i ladini d’Ampezzo, tuttavia possiamo contare sul formidabile esempio delle meravigliose Dolomiti che ci ospitano. In fondo sappiamo, ognuno di noi sa, distinguere toni acuti e rumori di fondo.

Continuiamo a scrivere, continuiamo a comporre!

Che cosa cantano i ladini d’Ampezzo? · 1/5Che cosa cantano i ladini d’Ampezzo? · 2/5Che cosa cantano i ladini d’Ampezzo? · 3/5Che cosa cantano i ladini d’Ampezzo? · 4/5Che cosa cantano i ladini d’Ampezzo? · 5/5

Delle definizioni e delle menzogne le quali la montagna non racconta

Una storia di simboli eterni e di ciò che la montagna saprà sempre sussurrarci.

Delle definizioni e delle menzogne le quali la montagna non racconta · 1/7

Questo testo, queste parole, avrebbero dovuto trovare la luce molto prima.

Questi caratteri avrebbero dovuto essere scritti, essere battuti, essere letti e sentiti con il cuore ben prima dell'istante in cui mi sono deciso di renderli concreti, alzando lo sguardo verso il monte Serles che domina su Innsbruck e sulla valle dell’Inn.

Racconterò una storia di montagne, definizioni e attimi a due passi dal cielo.

20 agosto 2024: il giorno delle consapevolezze.

Esattamente in un martedì di mezza estate ho deciso di scoprire, di salire e di andare in cima sulla punta di quella piramide che tanto a lungo avevo osservato passando in bici lungo la Meinhardstraße.

Parlo di un monte il cui nome deriva da secoli di evoluzione e va indietro a una fase in cui una lingua di minoranza, come il ladino parlato nella vallata d'Ampezzo, non necessitava di etichette, non necessitava di grammatiche e non necessitava di programmi scolastici.

Da libero montanaro cerco quotidianamente spunti per conoscere il territorio attorno a me. In una di quelle spontanee conversazioni nate a lavoro, un signore mi fece notare come la parola monte, che in tedesco si dice “der Berg”, sia appunto in un contesto germanofono di genere maschile, eccetto quell'unica figura, quell'unica piramide che sa ricordare le Dolomiti in cui sono nato.

Una piramide alta 2717 metri. Continuai ad informarmi…

Il monte in questione si chiama appunto “Serles”, in tedesco “die Serles”.

“Sole” in lingua tedesca si esprime al femminile come “die Sonne”. In “ladino antico” “Suredl” si riferiva proprio alla nostra stella, mentre in ladino ampezzano si parla di “soróio” e, volendo precisare, “soróio” e “suredl” derivano dalla stessa radice comune. Entrambe le varianti sono infatti il risultato dell’adattamento nel corso dei secoli della radice latina “sol”.

Insomma, Suredl conferì la forma femminile evocativa del sole, mentre Sörls, toponimo di origine romanza attestato fin dal quindicesimo secolo, fu la base di partenza per il toponimo attuale Die Serles. La targa al Serlesjöchl mi propose quel giorno proprio questa interpretazione. La accolsi così come mi si presentò.

Ma torniamo a quel famoso martedì, a quella giornata estiva piena di sole e vuota di nuvole. Da mediatore linguistico e traduttore affacciatosi a una realtà nuova sentivo una certa attrazione gravitazionale verso questa storia.

Come diceva qualcuno: “Se cambi il modo di vedere le cose, le cose che vedi cambiano”. Così ho affrontato questo percorso partito appunto in un ripido bosco nella Valle dello Stubai: ho impostato il passo, forse ho corso come al solito quando sono da solo. Dopo pochi respiri mancavano alcune centinaia di metri a raggiungere il “Serlesjöchl”, una forcella da cui si vede Steinach am Brenner dall'alto. Vedo un cartello, quello delle foto che accompagnano il mio racconto, leggo del perché il Serles si chiami “die Serles” e sia di genere femminile andando in modo netto contro la regola di un tedesco per il quale "Monte" è una parola maschile. Tra l'altro Goethe lo definì “Hochaltar Tirols”. Tradotto in italiano: l'alto altare del Tirolo.

La voglia di arrivare in cima cresce.

Proseguendo, vedevo le vette intorno a me e bisbigliavo ai gracchi alpini i quali mi svolazzavano intorno. Arrivato su, mi accoglieva un panorama incredibile così come introdotto dal gigante della letteratura germanofona: tante cime non sarei mai riuscito a contarle in un pomeriggio solo. Un altro gracchio volava con le ali e io con la mente. In un certo modo sentivo fossimo pari, ugualmente liberi, parimenti elevati ad una distanza sicura dal terreno. Sentivo fossimo amici e mi sono permesso di offrirgli un tarallo, d’altronde il cibo unisce.

Dopo aver dormito di fianco alla croce di vetta mi sono avviato in discesa: a 2717 metri di quota temevo un fronte nuvoloso più in su verso il ghiacciaio dello Stubai. Le bandiere nepalesi svolazzavano, ancora mosse dal vento forte. Io rientravo, a tratti correvo giù per il pendio montuoso. Per cena pizza e un ricordo prezioso da conservare. Le gambe stanche, stanche di quella fatica che ripaga.

Infatti era proprio così: avevo trovato la risposta definitiva al perché l’alto altare del Tirolo sia di genere femminile e quindi il simbolo della valle dello Stubai, il monte che si erge su Innsbruck capitale delle Alpi orientali, porti un nome eterno proprio come la forma geometrica a piramide che lo contraddistingue.

Al Serles è stato affidato un toponimo chiaro dalle popolazioni ladine insediate in tempi antichi sulle Alpi e, esattamente negli istanti nei quali ripercorrevo le pieghe di questa storia, ho colto un diamante dal valore inestimabile. Ovvero questa consapevolezza:

le montagne non mentono, non lo hanno mai fatto e mai lo faranno.

Lassù, a 2717 metri sul livello del mare a picco sul comune di Fulpmes nella Valle dello Stubai, si sussurrano ancora frasi in ladino.

E scrivo di come tutto ciò sia infinitamente prezioso, poiché i candidi monti fra cui ho avuto il privilegio di crescere, con i loro nomi e le loro figure non riproducibili, sanno raccontare di più dei territori su cui sorgono di quanto secoli di lotte, contese, convenzioni, accordi, paci e trattati abbiano mai potuto nonché saputo fare.

Insomma, arrivo al punto: la montagna non necessita di etichette, perché vive delle definizioni tramandate di generazione in generazione a partire dal Big Bang e insegna ancora e sempre, all’umanità tutta, a elevare giudizi per l’appunto umanamente coerenti con il dono stesso di saper dare dei nomi agli elementi del reale.

Non dimentichiamoci però un fatto importante:

La montagna, in questo moderno mondo, sopravvive benissimo anche senza le definizioni che la ricoprono.

E noi?

Rispondere a questa domanda fa secondo me vacillare gli equilibri dei palazzi di cristallo, i quali l’uomo moderno cementa sulle paludi alla base dei monti per farci risiedere le proprie ferree (in)certezze. E qui parla il montanaro: salire questi palazzi, siano essi fatti di idee come di acciaio e vetro, non può essere investito dello stesso significato rispetto a sedersi accanto alla croce di vetta e non sapere esattamente come ci si è arrivati.

La montagna non sa esprimersi perché la roccia non parla, almeno fino a prova contraria. Però fa una cosa molto, molto bene: ci porta ad ascoltare e ricorda a noi stessi quanto siamo piccoli.

Non esprime parole, non racconta bugie, non affibbia definizioni.

La montagna non teme terremoti, al contrario di certe vetrate scintillanti.

Ménego

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Dei principi e degli angeli: citazioni che impressionano.

Dei principi e degli angeli: citazioni che impressionano. · 1/2

Peter Sloterdijk

Il principe e i suoi eredi – Una storia di grandi uomini nell'era delle persone comuni.

Capitolo 1 – Ordini dall'alto: La potenza carismatica.

Pagina 59:

Completiamo ora il balzo verso un'altra categoria di argomenti nonché, virtualmente, verso un altro libro: un'antropologia degna di questo nome può — per lo meno sul piano in cui viene ora definita — concretizzarsi solo nella forma di una dottrina personale dei media. La sua radice è da ritrovarsi nella preposizione "attraverso", ovvero nella parola chiave della capacità umana di dettare una direzione. Questa capacità viene prima dei mezzi tecnici, mentre la parola “attraverso” agisce silenziosamente in ogni tentativo di capire come "i migliori angeli della nostra natura" agiscano in noi così da limitare “attraverso di noi” l'operato degli angeli detti “peggiori”.

Degli angeli fantasticava già Abramo Lincoln in un suo discorso del 1861.

Leggevo questo paragrafo di Peter Sloterdijk e lo facevo in treno mentre stavo sfrecciando verso Vienna due settimane fa.

Mi ha subito affascinato un paragrafo denso di significato. Un significato che riecheggiava per esempio quando, appena sceso dalla metro una volta oltrepassato il Danubio, mi stavo avvicinando all'albergo dove avrei pernottato e ho assistito ad una scena toccante.

Un ciclista in velocità vedeva la sua via sbarrata da una decina di turisti che da lontano non avevo ancora modo di vedere bene.

Improvvisamente questo signore inizia a urlare a voce sempre più alta in tedesco “attenzione”: il terzo urlo è stato veramente fortissimo nonché amplificato dall'architettura del sottopassaggio. Mi sono avvicinato, il ciclista ha oltrepassato il gruppo e io ho avuto appena il tempo di vedere come lo sfiorasse per centimetri.

Poi ho realizzato che queste signore e questi signori anziani fossero non udenti e non avrebbero potuto sentire l'urlo esasperato del passante.

Ho continuato a pensare a questa scena e a come nel quotidiano ci rifugiamo nelle nostre certezze di ferro dopo essere sicuri di averle cementate su basi stabili. In realtà, un po' come racconta Sloterdijk nel libro che ho il privilegio di leggere, si tratta sempre di prospettive di cui ci appropriamo.

Come pensare che nell'era delle persone comuni ci possano ancora essere principi ed eredi, mentre in realtà potremmo semplicemente essere burattini di angeli.

Dunque il peso di queste parole sta nel capire di poter oltrepassare noi stessi nel momento in cui banalmente apriamo il nostro cuore al bene e di potere, proprio in questo modo, da principi o principesse, occuparci al meglio dei nostri eredi.

Dei principi e degli angeli: citazioni che impressionano. · 2/2DEmatteomenardi.substack.comContinua a leggere👁️

Vordere Brandjochspitze – Innsbruck - Tyrol

Sometimes reality goes beyond what you imagine and the time has come for me to see what I could not imagine.

I will turn the page, well aware that my heart won't find peace until I am able to name each and every one of the peaks in the photos.

It was a blast, Innsbruck. Now let's get the best out of what's left.

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Oltre a conoscere e rivedere un sacco di persone, all'Alpinmesse dello scorso 22 novembre è nata una conversazione che mi ha appassionato.

Con un drink in mano e molti argomenti interessanti di cui parlare, mi volto e un signore alla terza parola rivela inconsapevolmente la sua elvetica cordialità.

La sera, come ogni anno, la musica è alta e si deve urlare per sentirsi. Comunque salta fuori che fa il poliziotto nel Canton Grigioni e viene molto volentieri all'appuntamento annuale dell'Alpinmesse per vedere le novità della scena, tra abbigliamento, sci, scarpette da arrampicata, presentazioni e la consueta gara di blocchi.

Mi racconta di come siamo “Bergmenschen”, montanari che si capiscono subito perché condividiamo valori comuni, semplici e genuini. Gli racconto di quella volta che in Ampezzo ha fatto un metro abbondante di neve in una notte e di come mi sia svegliato con la consapevolezza che quel giorno non si sarebbe fatto nulla a parte spalare neve e gioire. Menzioniamo le Olimpiadi, l'incredibile lavoro degli attori coinvolti e io lascio trasparire un po' di quella magia che si respira nelle viuzze di casa. Ci salutiamo con un sorriso e chissà di beccarsi l'anno prossimo.

Questa settimana di mercoledì sera tornavo a piedi dalla cena aziendale, mi guardavo attorno con lo sguardo indeciso tra il Serles, il Patscherkofel, l'Hafelekar o la Brandjochspitze. Mi è tornato in mente questo discorso fatto due settimane fa: siamo gente di montagna, schietta, diretta e ancorata a valori semplici ma eterni. Nessuna lingua, confine, definizione, etichetta, segnaposto, intelligenza artificiale o espressione della modernità ci cambieranno. Un po' come le meravigliose montagne al cospetto delle quali abbiamo scelto di vivere. 🏔️

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Alpinmesse · 3/7
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“In cucina non è possibile mentire. E non c'è neanche Dio. Non potrebbe comunque aiutarvi. Una omelette o la sai fare o non la sai fare. Tagliare una cipolla, usare un tegame, tenere il passo con gli altri cuochi, rifare in continuazione, alla perfezione, i piatti che devono essere fatti, sono tutte cose che o sai fare o non sai fare. Nessuna credenziale, nessuna cazzata, nessuna bella frase o supplica cambierà le cose. La cucina è l'ultimo baluardo della meritocrazia, un mondo di assoluti”.
— Anthony Bourdain
Anthony Bourdain · 1/1
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Rumer Spitze – 2454 metri sul livello del mare

Rumer Spitze – 2454 metri sul livello del mare · 1/2Rumer Spitze – 2454 metri sul livello del mare · 2/2

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